Dall’Università Svizzera per studiare il dialetto di Introbio

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Un paio di mesi fa in Comune a Introbio riceviamo una mail inviata dall’Università di Zurigo il cui contenuto ci ha subito incuriosito: l’illustre istituzione della vicina Confederazione chiedeva di poter incontrare un “informatore o un’informatrice di età superiore ai sessant’anni” con “buona padronanza del dialetto del paese e anche una certa conoscenza dei termini della vita rurale”.

Il primo pensiero è stato “perchè proprio Introbio?”, il secondo quello di trovare la persona adatta, il terzo di combinare l’incontro.

Trovata la persona adatta nel nostro stimato concittadino Battista Motta e combinato l’incontro, abbiamo infine avuto il piacere di ospitare in Villa Migliavacca due ricercatori, Giuditta Avano e Adriano Salvi, che hanno soddisfatto la prima nostra domanda per rispondere alla quale, però, bisogna fare un salto indietro nel tempo di cento e più anni, anzi, per la precisione, al settembre del 1920.

Siamo venuti così a conoscenza che eravamo stati coinvolti nel progetto “AIS, the digital turn” (finaziato dal Fondo Nazionale Svizzero per la ricerca scientifica) che, come si legge nella lettera di presentazione, “mira ad analizzare l’evoluzione nel tempo di 50 varietà lombarde, in Lombardia e Piemonte Orientale, attraverso il confronto fra il materiale raccolto negli anni Venti del Novecento per l’Atlante linguistico-etnografico dell’Italia e della Svizzera Meridionale e i nuovi dati raccolti a cento anni di distanza”.

Stiamo parlando di 1705 mappe che “forniscono un quadro dettagliato di 407 dialetti così com’erano parlati tra il 1919 e il 1928”.

In quei lontani anni Venti, i ricercatori elvetici scelsero – per motivi legati alla geografia ed alla statistica – una serie di località distribuite tra Lombardia e il Piemonte orientale (dove il dialetto lombardo è diffuso) tra le quali, al numero 234, figurava proprio Introbio, scelto per la sua collocazione centrale rispetto a tutta la valle e per l’importanza che rivestiva nella geopolitica dell’epoca.

Ma come abbiamo fatto a risalire con precisione al settembre del 1920? Perchè sul sito del progetto abbiamo trovato alcune foto datate il 18 settembre di quell’anno (non di grande risoluzione purtroppo) che abbiamo il piacere di pubblicare.

Morale: i simpatici e preparatissimi ricercatori (il cui direttore è il Prof. Michele Loporcaro, ordinario di linguistica storica italiana a Zurigo) si sono seduti nel salone del Comune dove campeggia l’affresco della Valbiandino assieme a Battista Motta e l’hanno sottoposto ad una serie di ben 1.720 “domande” facendolo tradurre dall’italiano al dialetto una marea di vocaboli riguardanti un po’ tutti i campi lessicali.

In un giorno e mezzo Giuditta Avano e Adriano Salvi hanno inserito nei loro computer la voce di Motta (opportunamente dotato di sofisticato microfono) e aggiornato il vocabolario che risaliva al 1920: già, perchè le domande erano praticamente le stesse che i loro lontani predecessori avevano posto a non sappiamo chi sempre a Introbio.

Alla fine i ricercatori hanno ringraziato il Comune e soprattutto il signor Battista Motta per la pazienza, la disponibilità e la competenza con cui li ha aiutati nel loro lavoro. 

Da parte nostra, invece, il ringraziamento va a loro, all’Università di Zurigo ed al Fondo Nazionale Svizzero per la ricerca scientifica che tanto ha a cuore il tramandare nei secoli (perchè è proprio così) la cultura del nostro dialetto e, in definitiva, la nostra storia.

Riccardo Benedetti
 www.valbiandino.net

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